venerdì 15 luglio 2016

La battaglia di Montevideo



Sono tante le partite entrate di diritto, per un motivo o per l'altro, nella storia del pallone. Quando una gara mette in palio un titolo, la strada verso la leggenda è breve. Se si tratta di una finale mondiale, allora parliamo davvero di pochi passi. La finale dei Mondiali è senza dubbio la Partita per eccellenza, la gara che come un orologio scandisce ogni quattro anni il tempo che passa nella storia del calcio, nonchè nelle vite di ogni appassionato. Quasi ogni finale dei mondiali, quindi, si porta con sè storie e aneddoti entrati nel mito: dal "Maracanazo" del 1950 (anche se quella non fu, ad onor del vero, una vera finale) all'urlo di Tardelli nell'82, dai misteriosi malori di Ronaldo prima della finale di Francia '98 alla testata di Zidane a Materazzi nel 2006. C'è una finale dei Mondiali, meno conosciuta di quelle citate, che porta con sè un bagaglio di storie davvero impressionante: storie che si mescolano con le leggende di un tempo lontano. Già. perchè quella di cui stiamo parlando è la prima finale della storia dei campionati mondiali di calcio, risale al 1930, la notte dei tempi, ormai. Questa finale è Argentina-Uruguay, la battaglia di Montevideo.


Fin da subito, in quell'edizione inaugurale di una competizione che sarebbe poi diventata tra le più popolari e prestigiose nel panorama sportivo mondiale, fu chiaro quali sarebbero state le due compagini destinate a contendersi il trofeo messo in palio da Jules Rimet e dalla Fifa, che avevano fortemente voluto questo torneo. Argentina e Uruguay erano la grandi favorite della vigilia. Sì, perchè in Uruguay, nel luglio del 1930, le grandi potenze del football europeo decisero di disertare. L'Italia, che negli anni precedenti aveva letteralmente saccheggiato il Sud America portandosi via quelli che sarebbero diventati i primi oriundi, si guardò bene dall'attraversare l'oceano, temendo ritorsioni. Gli altezzosi "maestri" inglesi, manco a dirlo, non ritenevano opportuno sobbarcarsi un viaggio così lungo per confrontarsi con altre nazioni: consapevolezza di essere i migliori? Più probabilmente paura di scoprire di non esserlo: i britannici rimasero a casa. Altre nazionali, per forza di cose, non potevano farsi carico dei costi di una spedizione così dispendiosa. Le tredici iscritte al primo Mondiale della storia del calcio furono così Uruguay, Argentina, Brasile, Francia, Romania, Bolivia, Perù, Paraguay, Messico, Jugoslavia, Stati Uniti, Cile e Belgio.

Insomma, in una competizione orfana delle grandi potenze europee, fu chiaro fin da subito che a mettere le mani sul trofeo sarebbe stata una tra Argentina e Uruguay: l'Albiceleste, l'anno prima, si era aggiudicata la Copa America, la Celeste, nel 1928, aveva centrato l'oro olimpico ad Amsterdam. Il meglio del calcio sudamericano, e forse mondiale, era racchiuso in quelle due squadre.

Le due selezioni rispettarono i pronostici e si ritrovarono di fronte nella finalissima del 30 luglio. Teatro della sfida l'Estadio Centenario di Montevideo, monumentale struttura costruita per l'occasione e così denominata per celebrare il secolo dall'indipendenza della nazione: era il 1828, infatti, quando il Trattato di Montevideo rese l'Uruguay uno stato completamente indipendente. L'occasione di un campionato mondiale, poi, era una vetrina troppo importante per il paese: troppo piccolo il vecchio Parque Central, serviva di più per fare un figurone in faccia al mondo. Serviva qualcosa di più maestoso, e il Centenario era quel qualcosa: lo stadio aveva una capienza ufficiale di circa 80 mila persone ma, come vedremo, arriverà ad ospitarne molte di più.


Molte volte, nella storia del pallone, si sono prese in prestito parole dal sapore bellico, tante volte chi ha raccontato il calcio, nella sua secolare storia, ha attinto a piene mani dal vocabolario solitamente utilizzato per parlare di guerre e battaglie. Forse però mai, come in questo caso, quest'abitudine fu appropriata: quell'Uruguay-Argentina del 30 luglio 1930 fu davvero una battaglia. Si può affermare senza timore di cadere in esagerazioni inutili che quella non fu una semplice partita di calcio. No, in palio non c'era solamente il titolo mondiale. A testimoniarlo, tutto quello che accadde prima, durante e dopo quell'Uruguay-Argentina del 30 luglio 1930.

Che quella non fosse una partita come tutte le altre lo si capì fin dai giorni precedenti. Diversi giocatori uruguagi vennero pesantemente minacciati da tifosi argentini, diversi scalmanati uruguaiani fecero lo stesso, la notte prima della gara, recandosi con dei camion presso il ritiro argentino: canti, cori, intimidazioni, tutto quanto potesse agitare la vigilia dei giocatori argentini. Anche il direttore di gara, il signor John Langenus, di nazionalità belga, finì nel mirino di alcuni squilibrati ricevendo a sua volta gravi minacce. Fu così che l'arbitro accettò di dirigere la finale del Centenario solamente dopo una lunga trattativa dopo la quale ottenne un'assicurazione sulla sua vita in favore della sua famiglia, una scorta che lo avrebbe condotto fuori dallo stadio immediatamente dopo il triplice fischio e una nave pronta a salpare verso l'Europa entro un'ora dal termine della finale. Langenus compilò addirittura il suo testamento, consegnandolo al console belga a Montevideo. La vigilia, insomma, fu tutt'altro che tranquilla.

L'arbitro John Langenus

La mattina del 30 luglio decine e decine di navi e battelli partirono dall'Argentina, sulle acque del Rio de La Plata, per raggiungere Montevideo. Tante. Tantissime. Troppe, al punto che molte non riuscirono a raggiungere la capitale dell'Uruguay, ed altre lo fecero solamente a finale iniziata, a causa dell'ingorgo che venne a crearsi nel porto di Montevideo. Si stima che circa 15 mila persone, quel giorno, salparono dall'Argentina alla volta di della capitale uruguaiana: siamo nel 1930, ma il calcio era già diventato un fenomeno di massa. Una folla oceanica si presentò quel giorno all'ingresso dell'Estadio Centenario. Il clima si surriscaldava di ora in ora: le perquisizioni della Polizia locale portarono al sequestro di bombe carta, coltelli a scatto, addirittura pistole. A quattro ore dal fischio d'inizio le tribune erano già stracolme, ma fuori dallo stadio migliaia e migliaia di persone ancora spingevano alla ricerca di un varco. Nessuno voleva mancare, tutti volevano assistere alla storia: da lì al caos il passo fu breve. Piramidi umane, ammassi di persone che cercavano di superare i cancelli, con le forze dell'ordine che a fatica cercavano di resistere, senza lesinare colpi di pistola sparati in aria. Il caos più totale, insomma. Pure Langenus, l'arbitro, ebbe i suoi bei problemi per entrare allo stadio insieme ai suoi due assistenti, un boliviano, Ulises Saucedo (allenatore della Bolivia, nel calcio del 1930 succedeva anche questo) e un altro belga, Henri Cristophe: si dice che tredici persone, prima del suo arrivo, si fossero già spacciate per lui presentandosi ai cancelli d'ingresso dello stadio. Il belga ebbe così il suo bel da fare per convincere le forze dell'ordine del fatto che lui fosse davvero il direttore di gara incaricato di arbitrare quella finale. Ci volle un po', ma alla fine Langenus riuscì a raggiungere il campo.

Nel momento in cui le due squadre si presentarono sul terreno di gioco il Centenario era un vulcano in cui bollivano, si dice, 93 mila persone, 13 mila in più rispetto alla capienza ufficiale dell'impianto. Ma il caos, nelle ore precedenti, non aveva invaso solamente l'esterno dello stadio. Nello spogliatoio uruguagio la tensione si era impadronita di Anselmo, attaccante, fin lì tra i migliori della Celeste: in preda ad un vero e proprio attacco di panico, chiese ed ottenne di non scendere in campo, attirandosi anche le ire di numerosi compagni. In molti accusarono Anselmo di avere semplicemente paura della "maschia" marcatura di Monti che lo avrebbe atteso. Al suo posto, in campo sarebbe sceso Hector Castro, detto "El Monco": a tredici anni una sega elettrica gli aveva portato via la mano destra. E tra le mura dello spogliatoio dell'Albiceleste? Beh, non andava meglio. "Non posso giocare": con queste parole "Luisito" Monti, proprio lui, aveva gelato tutti. Lui, il rude ed impavido condottiero argentino, voleva abbandonare la sua truppa proprio nella battaglia decisiva. A bloccarlo, le agghiaccianti minacce ricevute nei giorni precedenti: "Se gioco, uccideranno prima mia madre e poi me", aveva spiegato Monti. Ma Juan Josè Tramutola, allenatore argentino insieme a Francisco Olazar, non volle saperne, "Luisito" non poteva piegarsi e mollare così: Monti fu così letteralmente costretto a giocare.

L'Uruguay schierato prima della finale

Mentre l'atmosfera di questa finale che andava ad iniziare era, per usare un eufemismo, bollente, il clima andava invece controcorrente: in pieno inverno australe, ad attendere le due squadre in campo c'erano una fitta nebbia e una coltre di neve che si adagiava sul campo. Insolito, per l'idea di una finale dei Mondiali che abbiamo oggi, nel 2016. I grattacapi, per Langenus, iniziarono ancor prima del fischio che avrebbe aperto le ostilità: ognuna delle due squadre avrebbe voluto giocare con il proprio pallone, e questo provocò le prime discussioni. Il belga decise salomonicamente: il primo tempo si sarebbe giocato con la sfera argentina, nella ripresa, a rotolare sul prato del Centenario, sarebbe stato il pallone uruguagio.


Poi, finalmente, la prima finale della storia dei campionati mondiali di calcio prese il via. Dodici minuti, e i padroni di casa trovarono il vantaggio: Scarone saltò un (comprensibilmente) arrendevole Monti e servì Dorado, che in diagonale fece 1-0 facendo impazzire il Centenario.  Migliaia di persone si catapultarono giù, verso il campo, con i poliziotti che invece di badare all'ordine pubblico festeggiavano a propria volta. Gioia effimera, otto minuti ed ecco il pari, ad opera di Peucelle. Le bandiere argentine fecero capolino sugli spalti: c'erano anche loro, gli argentini, tra i 93 mila presenti sulle tribune. E c'era l'Albiceleste, in campo, che a 37' trovò anche il vantaggio: Monti servì Stabile, capocannoniere a fine torneo con otto reti, convinto che questi si trovasse in netto fuorigioco. Langenus fece invece proseguire. "El Filtrador", questo il soprannome di Stabile, non sbagliò e fece 2-1. Mentre Monti malediceva l'arbitro per non aver segnalato quell'evidentissimo fuorigioco ed avere messo a rischio la sua vita e quella di sua madre, Langenus stesso iniziò a temere seriamente il linciaggio, tanto erano feroci le rimostranze del pubblico. Forse aveva fatto bene, il belga, a stipulare quell'assicurazione sulla vita. In questo quadro si andò all'intervallo, con l'Albiceleste avanti 2-1.

Stabile porta avanti l'Argentina

"Non voglio diventare un martire per una partita di calcio": più o meno queste le parole di Monti negli spogliatoi. Ma "Luisito" non era l'unico ad essere terrorizzato per le conseguenze che un'eventuale vittoria avrebbe potuto avere: non solo lui, infatti, aveva ricevuto minacce nei giorni precedenti la finale. Dall'altra parte del muro, nello spogliatoio dell'Uruguay, il carismatico Nasazzi arringava i suoi, suonava la carica: la Celeste doveva vincere a tutti i costi, l'ira dei tifosi, in caso di sconfitta, avrebbe potuto avere conseguenze drammatiche anche su loro stessi, sui giocatori. Con le gambe che tremavano e i pensieri annebbiati dalla paura, le due compagini tornarono in campo: l'Argentina partì sorprendentemente forte, mancando anche l'occasione del 3-1, poi le motivazioni uruguaiane ebbero la meglio. Cea pareggiò i conti al 57', Iriarte, undici minuti più tardi, fece 3-2 dalla lunga distanza: un vantaggio, quello della Celeste, che in condizioni normali avrebbe ferito nell'orgoglio i giocatori argentini. Ma non quel giorno: molti, tra le fila dell'Albiceleste, furono al contrario quasi sollevati dal sorpasso dell'Uruguay. Troppo pesanti le minacce ricevute, troppo grande la paura di pagare con la vita un'eventuale vittoria. Tra quelli meno intimiditi sembrava esserci Varallo, che pochi minuti dopo il gol di Iriarte sfiorò un clamoroso pareggio: la sfera (quella dell'Uruguay), sfiorò però solamente la traversa. Da lì in poi, solo Uruguay: sugli spalti, con gli "olè" del pubblico di casa che accompagnavano la manovra di Nasazzi e compagni mentre gli argentini lasciavano lo stadio, e in campo, dove Castro, "El Monco", lui, che questa partita nemmeno avrebbe dovuto giocarla, trovò la rete del 4-2 al minuto numero 89. Al triplice fischio, la prima finale della storia dei Mondiali vide la fine: gli argentini fuggirono letteralmente dal campo, così come Langenus, che protetto dalla scorta richiesta abbandonò in fretta e furia il Centenario. Il belga raggiunse il piroscafo Duilio con addosso ancora la divisa da arbitro, ma non potè salpare fino al mattino seguente a causa della nebbia.

Il fischio finale non pose però fine alla lunga serie di follie che accompagnarono questa partita: a Buenos Aires alcuni tifosi argentini presero a sassate il consolato uruguaiano. Ma nessuno fu risparmiato: nel mirino della rabbia argentina finirono Langenus, accusato di aver lasciato correre il gioco troppo duro dell'Uruguay, e gli stessi calciatori dell'Albiceleste, accusati di codardia. Molte delle minacce ricevute dai giocatori argentini vennero poi alla luce solamente negli anni successivi. Fu Monti ad affermare che all'uscita dagli spogliatoi, dopo l'intervallo, lui ed i suoi compagni si trovarono di fronte uno spiegamento di soldati uruguaiani con le baionette spiegate. Come a dire "Ragazzi, vi consigliamo di non vincerla questa partita". E loro, infatti, non la vinsero.

Insomma, questa finale si lasciò alle spalle un vero polverone che causò una rottura dei rapporti tra le due federazioni, che si sarebbero poi riavvicinate solamente anni dopo.

Si chiuse così, dopo minacce, sassaiole, scambi di persona, testamenti e crisi di panico, la prima e più folle finale della storia dei Mondiali di calcio. Si chiuse così la battaglia di Montevideo.

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foto it.wikipedia.org, www.thefootballhistoryboys.com (foto stadio Centenario)