lunedì 6 giugno 2016

Alvise Zago, quando il destino dice di no




Che la sfortuna, nella storia del Torino, abbia avuto uno spazio rilevante, è dato innegabile. Pensiamo alla tragedia di Superga, pensiamo alla drammatica fine di Gigi Meroni, pensiamo all'emorragia cerebrale che nel 1976 si portò via Giorgio Ferrini, capitano di mille battaglie e tutt'ora recordman di presenze in granata con 566 "caps". C'è però anche un'altra storia, meno conosciuta, dai risvolti sicuramente meno tragici rispetto a quelle citate, che testimonia di un altro episodio che ha visto la storia del Toro intrecciarsi con una sorte avversa. E' la storia di Alvise Zago, di una carriera che poteva essere scintillante e che invece si è arresa di fronte ad un destino beffardo.

Se sei nato in Italia negli anni Sessanta e fai il calciatore, emergere non è affatto facile. Quella, per il pallone azzurro, è una generazione d'oro, una generazione che sfornerà campioni a ripetizione. In quel decennio vedono la luce fuoriclasse come Paolo Maldini, come Roberto Baggio, come Gianfranco Zola, come Beppe Signori. Insomma, per giocare a pallone e riuscire a sfondare, nell'Italia di fine anni Ottanta, devi essere decisamente talentuoso.

Il talento, ad Alvise Zago, trequartista nato a Rivoli il 20 agosto 1969, di certo non manca. Zago cresce nelle giovanili del Torino, un vivaio che, in quegli anni, è una vera e propria fabbrica di campioni: Diego Fuser, Christian Vieri, Roberto Cravero, Gigi Lentini, sono solo alcuni dei nomi lanciati dai granata verso il grande calcio. Alvise Zago, al pari dei giocatori citati, è una delle gemme più preziose: per lui si prospetta una carriera scintillante. A plasmare questa incredibile nidiata di talenti sono le sapienti mani di Sergio Vatta, direttore delle giovanili granata negli anni Settanta e Ottanta. E' lui a consegnare Zago nelle mani del tecnico della prima squadra, Gigi Radice. E' l'estate del 1988, il giovane Alvise, a nemmeno 19 anni, lascia tutti, a partire da Radice, a bocca aperta.

Tecnica, visione di gioco, personalità: Zago ha tutto per sfondare, Radice se ne accorge e lo lancia da titolare. La maglia non è una qualunque: è la numero 10, quella che fu di capitan Valentino, che a Torino sponda granata è giusto uno scalino al di sotto di Dio. Zago convince tutti, anche Cesare Maldini, che ne fa un elemento portante della nazionale under 21. Quella del giovane Alvise è una favola a tutti gli effetti: in pochi mesi dal settore giovanile alla numero 10 in prima squadra e il posto in azzurro. Il tempo corre veloce, in quell'autunno '88: l'esordio in serie A è datato 9 ottobre (Torino-Sampdoria 2-3), poche settimane ed ecco il primo gol. E' il 4 dicembre, il Verona è in vantaggio al Comunale grazie alla rete di Caniggia, manca un quarto d'ora al termine. Punizione dalla destra, palla scodellata in mezzo, colpo di testa, altro pezzo forte del repertorio di Zago, e l'1-1 è cosa fatta. Zago corre verso la Maratona, i tifosi sono pazzi di lui: la Torino granata ha un nuovo idolo, un nuovo eroe. Un nuovo campione. La stagione del Toro, per la verità, non è esaltante, i risultati stentano ad arrivare: Radice salta, al suo posto un altro protagonista dello scudetto '76, Claudio Sala. Per Zago non cambia niente: nè il posto da titolare, nè la soddisfazione di essere una delle poche note liete del campionato del Toro.

Per il giovane Alvise, quella del 1988-1989, sembra la stagione dell'esplosione, quella che farà da preludio ad una carriera di prima classe. La sorte, però, decide che le cose debbano andare diversamente. Quella carriera non deve sbocciare, perchè il destino, ancora una volta, si mette di traverso sulla strada del Toro.

E' il 19 febbraio del 1989, a Marassi si gioca Sampdoria-Torino, i granata sono alla disperata ricerca di punti salvezza. Proprio Zago porta in vantaggio i suoi dopo appena due minuti. Chi ben comincia è a metà dell'opera, si dice. Mai proverbio si rivelerà più sbagliato. Al quarto d'ora Zago e il doriano Munoz si scontrano al limite dell'area: lo spagnolo sviene, ma per lui non ci saranno gravi conseguenze. Per Zago, invece, lo scontro è drammatico: cadendo, il ginocchio del numero 10 granata subisce una torsione innaturale. Impietosa la diagnosi: rottura del legamento posteriore e della capsula articolare del ginocchio destro. Il Toro perderà quella partita per 5-1 e a fine stagione retrocederà, ma quel pomeriggio di Marassi per il giovane Alvise è l'inizio del calvario. Zago non lo sa ancora, ma quel 19 febbraio 1989 segnerà la fine della sua carriera ad alti livelli: la sua parabola di giovane promessa del pallone italiano si chiuderà con 17 presenze e 2 reti in serie A. Già, perchè il recupero è complicato: il giovane torinese rimette piede in campo dopo addirittura 18 mesi, ma nulla è più come prima. La gamba non c'è più, la brillantezza dei tempi migliori è svanita, la mobilità del ginocchio ridotta. Del campione che aveva fatto sognare Torino non c'è più traccia. Il Toro lo manda in prestito prima al Pescara e poi al Pisa, in serie B, prima di riportarlo a casa. Nel 1992-93 Zago totalizza 13 apparizioni in granata, ma è la pallida copia del giocatore che quattro anni prima aveva infiammato la Maratona: a fine anno ecco l'addio definitivo, Alvise si trasferisce al Bologna, in C1. E' l'inizio di un lungo peregrinare nelle serie inferiori: Nola, Saronno, Varese, Seregno, Meda, prima di chiudere con il Rivoli, la squadra del suo paese natale, nel 2004.



Una storia sfortunata, quella di Alvise Zago, una storia del volo di un campione spezzato da un terribile infortunio. La storia di un grande rimpianto, per il calcio italiano e per i tifosi granata. Il rimpianto per ciò che non poteva essere e non è stato. La storia di un ragazzo che aveva tanto, tantissimo talento, ma non ha avuto abbastanza fortuna. Una storia da Toro, maledettamente da Toro. Poteva essere un campione, Alvise, ma la sorte disse di no.

“ Chi disse preferisco avere fortuna che talento percepì l’essenza della vita. La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita. Terrorizza pensare che sia così fuori controllo. A volte in una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un po’ di fortuna va oltre e allora si vince. Oppure no e allora si perde”

Dall'incipit di "Match Point", film di Woody Allen del 2005.

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