mercoledì 3 agosto 2016

"Quella sera ero il Re di Torino"


Mi chiamo Andrè Luciano Da Silva, sono nato a Fortaleza, nella regione brasiliana del Nordeste, 35 anni fa. Sono uno dei tanti ragazzi del mio paese che hanno dedicato l'intera vita al pallone, sono uno dei tanti ragazzi del mio paese che ad un certo punto della propria esistenza hanno sorvolato l'Atlantico cercando una vita migliore in Europa, sempre con una sfera di cuoio tra i piedi. Sono uno dei tanti, ma una sera di giugno del 2005 diventai il Re di Torino.
Era la sera del 19 giugno del 2005, giocavo nel Torino. Per me e per i miei compagni quella era stata una buona stagione, ma al termine di un'interminabile campionato di serie B ci servivano i playoff, per prenderci la serie A. Quella sera io e i miei compagni eravamo sul prato del Delle Alpi, di fronte a noi c'era l'Ascoli. All'andata avevamo vinto 1-0 in trasferta, ma ora eravamo sotto. Rischiavamo di vedercelo sfuggire dalle mani, quel sogno chiamato serie A. Un certo Colacone aveva segnato per l'Ascoli nel primo tempo, e ora io e i miei compagni soffrivamo, soffrivamo tanto, insieme ai nostri 30 mila tifosi accorsi lì per noi. Era solo la semifinale, ci sarebbe stato ancora un altro avversario da battere, prima di conquistare la serie A. Ma ora c'era il serio rischio di andare a casa, c'era il rischio di porre fine a quel sogno già in quella sera del 19 giugno 2005.

Ma noi la volevamo, la serie A. Io la volevo, la serie A. Io l'avevo solamente sfiorata, prima di quella sera. Sei anni prima, nell'estate del '99, avevo lasciato la mia Fortaleza ed ero volato a Torino con un solo obiettivo, la serie A. E volevo prendermela a tutti i costi, quella sera.

Così, quando mancava un quarto d'ora al 90', ricevetti un passaggio del mio compagno Mudingayi e iniziai a correre. Mi trovavo defilato sulla destra, pochi metri dopo la metà campo. Avevo voglia di serie A, cominciai a correre con la palla incollata al piede sinistro. Il destro, per me, è sempre stato nient'altro che un appoggio. Avevo voglia di serie A, correvo verso la porta mentre tre avversari si stavano avventando su di me. Comotto, sulla destra, gridava invitandomi a servirlo. Mi dispiace per Gianluca, ma avevo già deciso, avrei fatto tutto da solo. Così, giunto a qualche metro dall'area, una frazione di secondo prima che quei tre avversari mi volassero letteralmente addosso, calciai con il mio sinistro.

Mentre quella palla si staccava dal mio piede, rividi davanti agli occhi tutta la strada che avevo fatto per arrivare fin lì.

Rividi il mio arrivo in Italia. Avevo appena 18 anni, ero un bambino anche nel fisico, non pronunciavo nemmeno una parola in italiano, ma la gente del Toro mi prese subito in simpatia, anche per merito del mio buffo soprannome. Rividi gli inizi in Primavera, rividi i primi gol.

Rividi il pomeriggio del 27 ottobre del '99, l'esordio in serie A: Torino-Atalanta 2-1, reti di Lentini e Artistico per noi, Nappi per i nerazzurri.


Rividi il pomeriggio del 16 aprile 2000: giocai in serie A, segnai in serie A, segnai al Milan. E ne segnai due, uno di testa e uno col mio sinistro. L'Italia parlava di me, quella sera, toccavo il cielo con un dito. Mi sembrava di avercela fatta, e invece non era così.

Rividi la maglia verdeoro. Ci giocai i Mondiali Under 20 nel 2001. Con me c'era gente come Kakà e Adriano, ma non erano in pochi a sostenere che il più bravo di tutti fossi proprio io. "Potrebbe essere l'erede di Rivaldo", diceva Scolari. Volevo credere alle sue parole, volevo rispettare le sue attese, ma ora mi ritrovavo in serie B.

Rividi la maglia del Siena. Già, quei due gol al Milan non bastarono per convincere il Toro a tenermi con sè, così me ne andai in Toscana in prestito per due anni. Due anni fantastici. Ero felice, giocavo bene, conobbi persone fantastiche. Al secondo anno conquistai quella serie A che tanto sognavo, ma poi il Toro mi rivolle con sè, e così tornai in B. Promisi a me stesso che ci sarei ritornato, in quell'agognata, dorata, imprendibile serie A.

Rividi l'incidente. Era l'8 giugno del 2003, ero in macchina con il mio amico Rodrigo Taddei, con suo fratello Leonardo e con altri due amici. I ricordi sono pochi, annebbiati. Ricordo lo schianto, le fiamme, la paura. Leonardo morì, io rischiai di vedere svanire tutti i miei sogni. Ne uscii frastornato, non era facile tornare a pensare al calcio dopo un trauma del genere. Quando tornai in campo con il Torino giocavo con una bandana granata in testa. Serviva per coprire le cicatrici che quel maledetto incidente aveva lasciato sulla mia testa, serviva a mostrare a tutti che io c'ero ancora, e nonostante il destino avesse provato a sbarrarmi la strada io ero ancora lì ad inseguire i miei sogni.

Rividi gli ultimi due anni in maglia granata. Il primo, disastroso, il peggiore nella storia della società. Mancammo addirittura l'obiettivo playoff, quando ad inizio torneo eravamo inseriti da tutti tra le favorite. Il secondo, fantastico. Avevo lasciato definitivamente alle spalle le scorie dell'incidente, la bandana aveva fatto posto alle treccine, finalmente ero tornato a giocare come sapevo. Avevo trascinato il Toro ai playoff, a quella sera del 19 giugno 2005.


Tutti questi fotogrammi passarono davanti ai miei occhi mentre quella palla si staccava dal mio piede sinistro e andava a disegnare un sogno. Una parabola beffarda, imprevedibile, la palla che si infila sotto la traversa, lo stadio che esplode. Io un boato come quello che ho sentito in quel momento al Delle Alpi non l'ho sentito più, in tutto il resto della mia vita. Avevo pareggiato. Non aveva pareggiato il Torino, avevo pareggiato io, da solo. Andrè Luciano da Silva da Fortaleza, tutto da solo, aveva fatto gol all'Ascoli. La gente urlava, piangeva di gioia, cantava il mio nome. Qualche minuto dopo il mio compagno Marazzina completò l'opera, ma il Re di Torino, quella sera, ero io.

Qualche giorno dopo nella doppia sfida contro il Perugia ci prendemmo la serie A, ma la gioia durò pochi giorni. Arrivò il fallimento, arrivarono settimane da incubo per me, per i miei compagni, per i miei tifosi. Quella serie A che sognavo da anni sembrava sfuggirmi dalla mani ancora una volta. Le ho cancellate dalla memoria, quelle settimane: per me, l'estate del 2005 rimane legata a quella sera del 19 giugno del 2005, la sera in cui grazie al mio piede sinistro diventai il Re di Torino.

Una sera così io non l'ho rivissuta più.

Scelsi di prendermela ugualmente la serie A, anche se il Torino sprofondava, rischiava di sparire e poi, a settembre, acciuffò per i capelli la serie B. Io la serie A me la presi a Treviso, ma tutto andò come peggio non poteva. Giocai poco, giocai male, vincemmo la miseria di 3 partite in tutta la stagione. Me ne tornai in Brasile. All'Internacional di Porto Alegre vinsi un Mondiale per Club e una Recopa Sudamericana, ma lo feci da comparsa. E per uno che è stato il Re di Torino, per uno che doveva essere il nuovo Rivaldo, fare la comparsa non è il massimo, credetemi. Nel 2008 me ne andai a giocare negli Emirati e ci rimasi fino al 2013. Del Re di Torino non v'era più traccia. Non ero diventato l'erede di Rivaldo. Scolari, purtroppo, si era sbagliato. Non ero il più bravo di quei ragazzini brasiliani che nel 2001 avevano vestito la maglia verdeoro. Nel 2013 tornai in Brasile. Qualche fugace presenza col Santos, poi la firma per l'America Mineiro, non certo la squadra più prestigiosa del mondo. Era il capolinea.

Ora ho 35 anni e se mi guardo indietro, bè, qualche rimpianto mi rimane. Sì perchè probabilmente ho fatto meno di quanto avrei potuto, nella mia carriera. Ho giocato con grandi campioni (anche con un Pallone d'Oro come Cannavaro, quand'ero negli Emirati), ho giocato tante partite e segnato un buon numero di gol. Ho guadagnato tanti soldi, ma un'emozione come quella del 19 giugno del 2005 io non l'ho rivissuta più. Ed ecco qual è il rimpianto più grande: avrei voluto viverne di più, di serate come quella. Perchè quella sera Andrè Luciano da Silva era il Re di Torino.

Pinga era il Re di Torino.

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