venerdì 14 luglio 2017

Non ci proverò mai più


Questa volta non mi avrà. No, lo giuro, questa volta no.

Si è presa troppo, nella mia vita, quella squadra. Ho permesso che si prendesse troppo, anno dopo anno, campionato dopo campionato. Il più delle volte mi ha restituito delusione, disillusione, sofferenza. Ma sono giovane e posso cambiare le cose, posso rimescolare le mie priorità, posso mettere da parte il cuore. Posso farlo, voglio farlo.


Eppure quest'anno ci avevo creduto più che mai. Ci avevo messo il cuore anch'io, avevo investito tutta la mia passione, tutti i miei sentimenti, nei confronti di quei ragazzi, di quei colori, di quella maledetta maglia di cui, chissà come, chissà perchè, mi innamorai da bambino. La stagione era iniziata male, malissimo, sembravamo sul punto di affondare, di sprofondare nel più profondo dei burroni. Sembrava che ormai quelli come me dovessero rassegnarsi a trovarsi un'altra passione, un altro amore, qualcosa per cui esultare, incazzarsi, ridere e piangere ogni domenica. Poi siamo risorti, abbiamo puntato i piedi in terra e abbiamo rialzato la testa. Tutti quelli come me hanno ritrovato l'amore, e la fiamma ha ripreso a divampare come prima. No, molto più di prima.

La fiamma ha ripreso ad ardere e quei ragazzi l'avevano alimentata per noi domenica dopo domenica. Ad agosto eravamo sul punto di sparire: niente più gol, niente più esultanze, niente più incazzature. All'orizzonte solo un vuoto, il vuoto di circa quaranta domeniche che avremmo dovuto colmare in qualche altro modo. Poi la resurrezione, e quaranta domeniche dopo ci siamo ritrovati lì, ad un passo dal Paradiso. Ma l'abbiamo fallito, quell'ultimo passo. Abbiamo fallito, siamo caduti, stavolta sento che non ci rialzeremo.

Ci credevo ed ero puntuale, sul divano di casa, all'appuntamento con la storia. Ma loro, i ragazzi che hanno portato sulla pelle quella maglia che amo negli ultimi dieci mesi, stavolta mi hanno tradito.

L'andata è finita 4-2 per gli altri, e un 4-2 per gli altri non si recupera. No, non ce la faremo.

Quindi no, stasera non mi avrà, quel mostro. Quella passione, quando le cose vanno male, può trasformarsi in un mostro che ti divora da dentro. E ora le cose vanno decisamente male. E lui è lì, in agguato, pronto a mangiarmi, pezzo dopo pezzo.

No, non stasera. Stasera c'è la partita di ritorno, ma c'è anche tutto il resto del mondo che mi aspetta là fuori. Io stasera scelgo tutto il resto. Scelgo una birra con gli amici, scelgo di spegnere la tv, scelgo l'estate, scelgo la vita senza quel mostro in agguato sopra la mia testa. Non è facile liberarsi di lui, ma ci voglio provare, ci devo provare. Lo devo a me stesso, ho del tempo da recuperare, ho delle rivincite da giocarmi e inizierò da stasera. Quel mostro non può dominare la mia vita, e non lo farà. Non gli permetterò di farlo. Stasera il mio destino lo scelgo io.

Scelgo me, scelgo quel pugno di amici che stasera è con me tra le viscere della città. Nient'altro conta, voglio che nient'altro possa indirizzare le mie emozioni, il mio umore, i miei pensieri. Respiro l'estate, respiro l'aria che ti regala la vita quando ti liberi di ogni condizionamento, di ogni peso. Vivo senza l'ansia di ciò che potrebbe accadere, senza il timore che qualcosa, da un momento all'altro, possa rendere grigia questa serata colorata. Sento che la mia passione era diventata un veleno, sento però di aver trovato l'antidoto.

Un groviglio di urla si fa strada dal bar dietro l'angolo e giunge fino a me. Urla di gioia. Ma sono urla contenute, strozzate. Vorrebbero sprigionarsi in tutta la loro forza, quelle voci, ma non possono. Per ora non possono. Mi bastano poche frazioni di secondo per capire. Abbiamo segnato. Dopo il 4-2 per loro all'andata, ora siamo 1-0 per noi. Ma non ci voglio pensare, mi sono imposto di non regalare un'altra serata della mia vita a qualcosa che in fondo, lo so già, finirà per deludermi, per scottarmi, per sedurmi e dopo abbandonarmi. Siamo 1-0 per noi, sì, ma non ce la faremo. Non ce la possiamo fare, ho fatto bene a spegnere la tv, ho fatto bene a scegliere questo mondo qui fuori. Non vorrei essere altrove, adesso. Anche se siamo 1-0 per noi.

E quindi me ne vado in giro per la città, a godermi la mia età, a godermi tutto ciò di cui mi sarei privato scegliendo l'ennesima serata di sofferenza seduto su un divano di fronte alla tv. Respiro a pieni polmoni questa serata, questa vita. Respiro a pieni polmoni e non ci penso, non penso a quei ragazzi. Stanno vincendo 1-0, ma già so che la delusione è dietro l'angolo. Non tornerò sui miei passi. Non stasera.

Ma il destino non lascia mai nulla al caso. Mi prende per mano, prende per mano tutti i miei amici, ci indica la strada. Noi non lo sappiamo, ma è già tutto scritto. E' scritto che entreremo in quel bar, è scritto che quel bar, quella sera, decida di trasmettere proprio quella partita, quella da cui ero fuggito, quella che mi ero imposto di non vedere, quella a cui mi ero imposto di non regalare me stesso, ancora una volta. Eppure il fato ci porta proprio lì, davanti a quello schermo. Ci sono quelle maglie che mi fanno palpitare il cuore. Perchè al cuore non si comanda, ho scelto di voltare le spalle a quei colori, stasera, ma sono quei colori che hanno inseguito me, ed ora che sono davanti ai miei occhi il battito accelera. Non vorrei, eppure è proprio così che va. Siamo 1-0 per noi, il nostro fantasista sta per battere un calcio d'angolo. Vorrei non guardare, vorrei distogliere lo sguardo ed essere padrone di me stesso, ma non lo sono. I miei occhi restano incollati a quello schermo, i miei occhi si muovono da soli e non ne vogliono sapere di guardare qualcosa che non sia quell'immagine proiettata sul muro di un locale. Calcio d'angolo. Palla che spiove. Mischia. Gol. 2-0 per noi. Da quella mischia esce un demonio. Si toglie la maglia. Gli occhi iniettati di sangue, le vene che pulsano sulla pelle, il salto a superare i cartelloni pubblicitari: non c'è più niente tra lui e la curva. Quella curva che ruggisce, che pulsa a propria volta, che ora ci crede per davvero. Ha segnato lui, la vecchia volpe, il bucaniere che porta sulla pelle le cicatrici di mille battaglie, di mille duelli. Era arrivato destinato ad un ruolo da comprimario, sembrava dover svernare con la nostra maglia addosso. E invece è un leone, lo è stato per tutta la stagione, lo è anche stasera. Corre verso la curva con quegli occhi spiritati, quegli occhi che mi catturano e mi tengono lì, ostaggio di quello schermo, in quel bar, prigioniero di quella partita che avevo giurato di non guardare.

Il mostro si risveglia, posa le sua mani su di me, cerca di trascinarmi via con lui. Ma lo ricaccio indietro. Siamo 2-0 per noi, ma stasera non mi importa. Mi impongo di non mettere a rischio un'altra serata, non voglio liberare quell'emozione correndo il rischio di vederla soffocare poco dopo. Me ne vado, ce ne andiamo, non voglio vedere, non voglio soffrire. Voglio vivere come una persona normale, come uno di quei ragazzi che sanno dare alle cose la giusta importanza, quelli che sanno essere padroni dei propri istinti. Quelli là, quelli che il mostro non è mai riuscito a prendersi. Voglio essere uno di loro, stasera.

Me ne vado, mando giù un'altra birra, prendo un respiro profondo e schiaccio quel pensiero giù, in fondo alla mia anima, là dove, per quanto forte possa gridare, io non possa sentirlo. E, sorprendendo anche me stesso, riesco a tenere fede alla mia promessa. Non ci penso, non soffro, non tremo. Sto vincendo io.

Poi un boato. Un altro. Viene dalle case, dai bar, dai locali. Stavolta è gioia nel suo stato più puro. Senza freni, senza catene. Il mio telefono vibra, c'è un messaggio, poi un altro ancora, c'è una chiamata. Non rispondo, non voglio sapere, non voglio farmi catturare. L'ho capito quello che è successo. 3-0 per noi. Lo so, ma resto freddo: non so come ci sto riuscendo, ma ci sto riuscendo. Anche se stiamo vincendo 3-0, anche se quei ragazzi stanno facendo di tutto per riconquistare tutto quel patrimonio di passione che avevo deciso di mettere da parte.

Resisto.
Non mollo.
E' una sensazione nuova, inspiegabile, impensabile per uno come me. Fino ad una settimana prima sarei stato incollato al mio divano, con gli occhi fissi sullo schermo, a tremare, con la voce strozzata in gola, incapace di concentrarmi su qualcosa che non fosse ciò che stava succedendo su quel parto. Ora no, ora sono dentro la città e le mie emozioni le decido io, non voglio lasciarle in balìa di un pallone che rotola a centinaia di chilometri da me, preso a calcio da ventidue uomini in pantaloncini.

E' quasi mezzanotte di questa serata, della mia serata, quando un fiume di persone si riversa in strada e il mio telefono continua a vibrare. Un messaggio dopo l'altro, sembra che tutto il mondo stia cercando me. La gente scende in strada e in un attimo la città è invasa da un solo colore. Quel colore.

Siamo in Serie A. Siamo tornati al nostro posto. 
Dieci mesi fa eravamo morti e sepolti, ma siamo risorti. In un istante è tutto cancellato.
Tutte le mie convinzioni, tutta quella forza di volontà che per qualche ora avevo pensato di avere. Chiudo gli occhi, prendo il respiro più lungo della mia vita e capisco che mai e poi mai potrei rinunciare a queste sensazioni. Tutte le delusioni, tutte le sofferenze, tutte le illusioni e le successive disillusioni: tutto questo non cancella l'emozione che si prova e si vive in istanti come questo. Guardo verso il cielo e mi scrollo di dosso tutta la lucidità che avevo provato a fare mia. Questo fuoco non si può spegnere, questo mostro non si può sconfiggere.

Resto nel cuore della città per tutta la notte. I gol li vedrò domani, domani scoprirò ciò che mi sono negato. Ora resto qui, insieme a centinaia di miei fratelli, di miei compagni.

Non proverò mai più a privarmi di tutto questo. Non proverò mai più a negarmi un'emozione. Preferisco gettare sul tavolo tutta la mia passione pur rischiando di non viverla, piuttosto che voltarle le spalle, tenere tutto dentro il mio petto e negarmela. E se questa dovesse arrivare dopo mille sofferenze, allora sarà ancora più bella.

Non ci proverò mai più, lo giuro.



11 giugno 2006 – Stadio “Delle Alpi”, Torino

TORINO-MANTOVA 3-1 dts


TORINO (4-4-2): Taibi; Nicola, Doudou, Brevi, Balestri; Lazetic (8'pts Melara), Gallo, Longo (35'st Edusei), Rosina; Muzzi (20'st Fantini), Abbruscato. Panchina: Fontana, Fantini, Edusei, Vryzas, Stellone, Ferrarese. Allenatore: De Biasi.

MANTOVA (4-4-2): Brivio; Sacchetti, Notari, Cioffi, Lanzara; Sommese (27'st Brambilla), Grauso (44'st Graziani), Spinale, Caridi; Noselli (7'pts Poggi), Gasparetto. In panchina: Bellodi, Mezzanotti, Di Cesare, Brambilla, Doga, Graziani. Allenatore: Di Carlo.

ARBITRO: Farina di Novi Ligure 

RETI: 36'pt Rosina (rig.) 18'st Muzzi 5'pts Nicola 10' pts Poggi (rig.) 

NOTE: 58.560 spettatori, incasso di 866 mila euro circa. Serata mite, terreno in ottime condizioni. Angoli 7-4, ammoniti Lanzara, Balestri, Nicola, Brevi, Gasparetto, Rosina, Abbruscato, Muzzi, Grauso, Longo, Cioffi, Ferrarese, Sacchetti, Graziani. Espulsi al 40' st Di Cesare dalla panchina, al 7' pts Fantini. Recupero: 3'/3'/4'/1'. 

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FOTOGRAFIA

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