sabato 8 luglio 2017

Albert Batteux, il profeta del calcio champagne


Ospitaletto è un tranquillo comune della provincia bresciana, poco più di 14 mila anime a circa 10 chilometri di pianura dal capoluogo. Nacque come “Hospitium”, come luogo di ristoro per viandanti e viaggiatori intorno al VII-VIII secolo dopo Cristo. Un centro di passaggio, insomma, un paesello che nei secoli si sarebbe poi trasformato in un borgo agricolo, e poi ancora in un polo dell'industria metalmeccanica. Reims, invece, è una grande città francese, quasi 200 mila abitanti nel dipartimento della Marna, regione di Grand Est, nella zona nord-orientale dell'Esagono.Una città ricchissima di storia, un centro che Giulio Cesare scelse come capitale della Gallia: è qui che dal 987 al 1825 vennero incoronati quasi tutti i Re di Francia. Si iniziò con il conte di Parigi Ugo Capeto, capostipite della dinastia dei Capetingi, per arrivare a Carlo X. Tra Ospitaletto e Reims corrono quasi 1000 chilometri di strada e i due centri, lo si può notare fin da questi brevi cenni di storia, non hanno apparentemente nulla in comune: da una parte un piccolo paesello, luogo di passaggio rimasto fin dalle sue origini alla periferia della storia, dall'altra una grande città che alla storia ha fatto spesso da palcoscenico, ospitandone passaggi chiave. Eppure c'è un piccolo filo rosso che lega Ospitaletto a Reims e viceversa. Un filo rosso che parla di calcio, di champagne, di vittorie leggendarie e disfatte clamorose.

martedì 20 giugno 2017

Reinhard Lauck, leggenda dimenticata


Sarebbe stata una partita sostanzialmente ininfluente, di quelle utili per dare spazio a chi di spazio, quando contava, non ne aveva trovato. Quella del 22 giugno 1974 ad Amburgo era l'ultima partita del girone eliminatorio 1 dei mondiali tedeschi, si affrontavano due formazioni già qualificate. In palio c'era solamente il primo posto nel girone, cui però non ambiva nessuno: vincendo il girone, infatti, si sarebbe andati ad incontrare Brasile e Olanda nella seconda fase a gruppi. Insomma, quella del 22 giugno 1974 ad Amburgo sarebbe stata una partita di scarso rilievo, non fosse stato per il fatto che di fronte c'erano Germania Ovest e Germania Est. Un derby epocale: capitalismo contro socialismo, l'influenza statunitense contro quella sovietica, la Mercedes contro la Trabant.

martedì 23 maggio 2017

Odd Frantzen, l'operaio che umiliò Hitler


Quando il pomeriggio del 7 agosto del 1936 Adolf Hitler si accomodò sulle tribune di uno stadio Olimpico di Berlino vestito a festa per la rassegna olimpica che avrebbe dovuto mostrare al mondo la magnificenza del Reich, probabilmente pensava ad una normale uscita di propaganda. Il Fuhrer non aveva mai assistito, prima di quel giorno, ad una partita di calcio, ma dalle stanze dei bottoni avevano suggerito che era giunto il momento di raccogliere consensi anche tra gli adepti di quella fede che anche in Germania aveva raggiunto impressionanti picchi di popolarità. Questo, e nulla più, era il calcio per Hitler: un mezzo come un altro per giungere al suo fine, ossia l'allargamento dei consensi nei confronti del Reich. Una Germania nazista che negli ottavi di finale aveva comodamente strapazzato il Lussemburgo, sommerso da nove reti, e che prometteva di concedere il bis contro una Norvegia che appariva come un manipolo di sconosciuti dilettanti, o poco più. Quale occasione migliore, se non quella di un trionfo annunciato, per salutare l'ingresso di Adolf Hitler nel mondo del pallone?

giovedì 11 maggio 2017

Ferenc Deàk, quando i gol non bastano


Per molti esiste una sola discriminante in base alla quale giudicare un attaccante. In barba ai “falsi nueve”, ai centravanti di manovra, a quelli “moderni”, quelli che tanto si sacrificano per la squadra, per tanti l'unico criterio in base al quale un attaccante dev'essere giudicato è quello dei gol segnati. Perchè è il gol l'obiettivo del gioco, è il gol ad emozionare, a far gridare le folle: è il gol l'unica cosa che conta davvero in un mondo, quello del calcio, che è stato sviscerato ed analizzato in ogni suo più piccolo dettaglio.

mercoledì 10 maggio 2017

Maradona, il più forte dopo El Goyo


Villa Fiorito, barrio posto nella periferia sud di Buenos Aires, non è esattamente il migliore dei luoghi dove vivere. Anzi, si potrebbe proprio dire che, se proprio non ci son di mezzo cause di forza maggiore, è decisamente consigliabile tenersi alla larga da quel quartiere: strade dissestate, baracche a perdita d'occhio, la malavita e i trafficanti d'armi a dettare legge. Se qualche temerario, all'alba degli anni Settanta, avesse però trovato il coraggio di fare quattro passi in quell'angolo di mondo dimenticato da Dio, avrebbe avuto buone probabilità di imbattersi, in uno dei campetti polverosi che si trovano in ogni periferia di ogni città di ogni nazione colonizzata dal calcio, in una squadra di ragazzini che, in quegli anni, fece molto parlare di sé nella capitale argentina. “Los Cebollitas”, si facevano chiamare: “le cipolline”, nome che di certo non potrebbe incutere timore in alcun avversario. Poco male, quella era in realtà una selezione giovanile dipendente dall'Argentinos Juniors, una squadra che non badava alle apparenze, quello era un gruppo di ragazzini che preferiva che a parlare fosse il campo, e il campo, nel 1973, raccontò di una squadra capace di vincere 136 partite una in fila all'altra, conquistando due campionati più un torneo di calcio giovanile intitolato a Evita Peròn.